Il resto della settimana – Recensione

Il resto della settimana cover

Titolo: Il resto della settimana – Autore: Maurizio de Giovanni – Editore: Rizzoli – 304 pagine – € 17.00

“I clienti giostravano in un locale che in un annuncio immobiliare sarebbe stato definito ‘cucina abitabile’ più che ‘salone con angolo cottura’: due minuscoli tavolini ai quali si accedeva dopo una breve colluttazione all’arma bianca, e una volta conquistati non si abbandonavano facilmente.”

Questo è il bar di Peppe, scenario di tutto il romanzo, dove un professore vicino alla pensione decide di osservare le persone per scrivere un libro facile sulle emozioni umane che possa diventare un bestseller.

“Sei una brava persona; solo un po’ grigio” gli aveva detto la moglie andandosene.

Ora per il professore era venuto il momento di cambiare colore.

E allora accetta l’invito di Peppe a condurre la sua ricerca sulle emozioni proprio all’interno del bar, intervistando e osservando i clienti. Nel bar c’è la cassiera, Deborah con l’acca – precisato come fosse un titolo nobiliare – e l’asiatico tutto fare Ciccillo, nome acquisito poiché dotato di uno impronunciabile. Vanno e vengono in centinaia con i loro discorsi, soprattutto legati al calcio, che cambiano come fossero legati a sette stagioni. La stagione del lunedì: dove anche la tecnologia in campo non riesce a redimere questioni sanguinose di arbitraggi sbagliati; fino ad arrivare alla stagione della domenica, quando tutto si azzera e si riparte con i sogni e le speranze di vittoria.

Il libro del professore s’intitola il resto della settimana: una vera e propria ricerca antropologica – la materia a cui ha dedicato tutta la sua vita – ma portata avanti come un diario delle emozioni.

“Il vecchio Hyde che tamburella con le dita e aspetta il momento in cui lo avrebbero liberato per novanta minuti più recupero.”

È questa la passione per il calcio che permea tutto il romanzo di de Giovanni. Una passione che, come il professore, non condivido e non m’interessa. Ma, come il professore, posso intuire attraverso le storie e le chiacchiere del bar, che l’origine delle emozioni ha un’unica radice. Non importa come la raggiungiamo, basta che ce ne prendiamo cura e riusciamo a toccarla. L’essenziale è entrare in contatto con la parte più selvaggia e a volte livorosa della nostra personalità, senza averne paura.

Lo stile di de Giovanni è rilassato e ironico nel raccontarci le emozioni e ci dà uno spunto per una riflessione sul senso della vita.

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La tentazione di essere felici – Recensione

La tentazione di essere felici

Titolo: La tentazione di essere felici – Autore: Lorenzo Marone – Editore: Longanesi, 2015 – 272 pagine – € 14,90

“Mi chiamo Cesare Annunziata, ho settantasette anni, e per settantadue anni e centoundici giorni ho gettato nel cesso la mia vita.”

Ecco come si descrive il protagonista di questo bel romanzo ambientato a Napoli, nel quartiere Vomero. Un uomo nel quale convivono un fare burbero e cinico, a volte esasperato, e slanci di profonda umanità. Ha sempre cercato le emozioni, ma ne ha così paura da fuggire quelle vere per dedicarsi al rapporto tra se stesso e la rappresentazione degli altri. Schiva il suo prossimo. Tuttavia, ha cominciato a rendersi conto che si vive veramente solo nella realtà, e per non buttare via anche gli ultimi anni che gli restano decide di investire nella vita reale.

Ha un figlio gay e una figlia in crisi coniugale che tradisce il marito con un uomo più anziano, Cesare lo definisce “il vecchiaccio che Sveva si porta a letto”. Maledice i vecchi che guardano il mondo da uno spioncino e quelli del suo condominio, dove lui stesso è il più anziano. Scambia malvolentieri qualche parola con Eleonora, la gattara, e beve qualche bicchiere di vino con Michele, il vecchietto che abita al secondo piano. Intrattiene una relazione con Rossana, una pseudo-infermiera sessantenne con “due enormi tette e un bel sedere armonico” che arrotonda lo stipendio infilandosi, a pagamento, sotto le coperte dei vedovi del quartiere.

Cesare ha deciso di occuparsi solo di se stesso e della sua vita, ma un giorno arriva nel condominio la giovane Emma; non vorrebbe impicciarsi, ma vedendo i suoi occhi tristi si prende a cuore la ragazza, che scoprirà essere vittima di violenza domestica. Cerca di aiutarla e fa tutto quello che può fino alla fine.

Lo stile è diretto e apparentemente semplice, ma in realtà ben costruito rispetto al punto di vista (Cesare) del quale l’autore si serve per raccontarci la storia. Lorenzo Marone ci regala molteplici emozioni nello svolgersi della narrazione: a volte leggere e divertenti, a volte più simili allo stridore delle unghie su una lavagna.

Questo libro è come un allarme che suona. Ti grida che devi svegliarti, perché il tempo da vivere sembra molto, ma a un certo punto potresti trovarti vicino al “Game over” senza accorgertene, e senza aver vissuto veramente.

Se dovessi usare solo due parole per descriverlo direi: Paradosso e Realtà.

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A oriente del giardino dell’Eden – Recensione

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Titolo: A oriente del giardino dell’Eden – Autore: Israel J. Singer (1893-1944) – Editore: Bollati Boringhieri, 2015 – Prezzo: € 18,50

“È mattina presto, e le ombre degli alberi si allungano oltre le radici, eppure la monotona pianura polacca già boccheggia sotto un sole cocente. Gli alberi tozzi e storti ai bordi della strada sembrano trasformati in pietre. Non un fremito di ramoscello, non un fruscio di foglie.”

Nella campagna polacca, povera e secca, un venditore ambulante ebreo di nome Mattes Ritter cerca di guadagnarsi da vivere barattando tessuti, specchi, aghi e altre chincaglierie, ricevendone in cambio qualche genere alimentare per la sua famiglia e qualche spicciolo. Le descrizioni delle sue giornate lavorative, sono crude e lasciano intravedere il duro lavoro a cui è sottoposto l’uomo, in giro per la pianura dal lunedì al venerdì, per avere in cambio poco o niente.

La moglie – Sarah – è una donna alta, gracile, sfiorita, trasandata. Il suo vestito pieno di macchie è l’emblema delle sue estenuanti giornate da casalinga. La povertà della famiglia è desolante: un piatto ogni due bambine, descritte come lacere e arruffate, vestite di stracci; la camicia del Shabbat di Mattes rattoppata e logora; due letti per tutta la famiglia.

Sarah metteva al mondo figli uno dietro l’altro, ma il problema – per lei e il marito – era rappresentato dal fatto che erano tutte femmine. Questo è il punto: ad avere solo figlie femmine c’era da vergognarsi, significava non poter avere una discendenza e non avere un ruolo nella comunità. Un giorno accadde quello in cui nessuno sperava più: nacque un figlio maschio. Con l’arrivo del piccolo Nachman, rifioriscono in Mattes le speranze di una intera vita, ma il suo progetto di fare del figlio un rabbino stimato e dotto si infrange quando  Nachman viene sedotto da Hannah e dal credo socialista. Con l’inizio della Prima guerra mondiale, gli eventi degenerano.

Non voglio svelare di più del romanzo. Quello che colpisce è lo stile, senza sconti, di Israel J. Singer, che denuncia l’ingiustizia sociale di una comunità perseguitata e poverissima. Lo sdegno dell’autore si posa anche sulle famiglie ebree ricche che, pur vivendo nello stesso villaggio, permettono che i più poveri restino in uno stato di continua indigenza. Nelle belle pagine del romanzo, però, traspare anche il fervore che anima le azioni di queste donne e uomini costretti a vivere ai livelli più bassi della comunità; un fuoco segreto che dona ad essi la dignità che i “padroni della società” avevano loro negato.

Se dovessi racchiudere in qualche parola l’intero libro, direi: Abisso e Fuoco Segreto.

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Rebirth di Alessia Coppola

 Rebirth

“Rividi il mio riflesso smagliante. Mi sedetti. Il tempo si fermò per qualche istante. Poi tutto si infranse come fine vetro di Murano sbalzato a merletto. Ero io che stavo disinnamorandomi di me. Quel solco era lì, a sottendere il confine tra la giovinezza e il tempo che mi rimaneva.”

Con Rebirth, Alessia Coppola ci accompagna in un paranormal romance dalle tinte romantiche e crude allo stesso tempo.

Grace è un’attrice la cui bellezza sta per sfiorire. L’elemento dal quale scaturisce la storia è la scoperta di una ruga sul suo volto, questo fatto la rende inquieta e insicura e sarà proprio questo stato che la porterà a stringere un patto di eterna giovinezza con un uomo sinistro. Quell’uomo l’aveva spaventata nelle sere precedenti, per cui in fondo Grace sapeva che il contatto con quell’essere non sarebbe stato positivo. Allora perché gli stringe la mano?Forse il suo desiderio di apparire giovane è più forte del sentimento che lega ognuno di noi alla propria coscienza. La crepa che la fa tremare è sul suo volto o nella sua anima?

Grace, seppure lo possa sembrare, non è ingenua e inconsapevole. Sa benissimo, per la vita che ha condotto fino ad allora, che esiste un do ut des per ogni cosa. Sceglie di rischiare, anche se racconta a se stessa di aver stretto il patto inconsapevolmente. L’uomo si rivela un Chronat, demone tentatore, che le comunicherà presto i termini dell’accordo: la donna ha tredici giorni per sfuggirgli e non entrare a far parte delle schiere della Morte, in caso contrario diventerà essa stessa un Chonart .

Come in ogni paranormal romance che si rispetti, vi è una storia d’amore incentrata sul rapporto di Grace con Ayku, un angelo custode (Jupfer) che è stato a lei designato nel momento in cui ha stretto lo scellerato patto. Lo scopo di Ayku è aiutarla a salvarsi; un colpo di scena finale ci rivelerà se ciò accadrà oppure no.

Lo stile dell’autrice è scorrevole e delicato. I personaggi sono ben descritti, soprattutto nelle loro specificità psicologiche. L’atmosfera è mistica e appassionata per quasi tutto il romanzo, con screziature scure nell’epilogo.

Si legge d’un fiato, io l’ho finito un una notte.

Consigliato!

Titolo: Rebirth – I tredici giorni

Autore: Alessia Coppola

Editore: Dunwich Edizioni

Pagine: 180

Prezzo: E-Book 2,99 Cartaceo 9,90

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